Prima del bagno pensiamo alla pelle, mai all’acqua e ne sottovalutiamo i rischi

Solare, doposole, cappello: la preparazione è impeccabile. Poi entriamo in acqua senza saper leggere una corrente. Tre accorgimenti per rimediare

Il solare lo riapplichiamo ogni due ore, il cappello ce lo ricordiamo, il doposole viaggia in borsa insieme alla strategia per non compromettere né la tintarella né il trucco. Sulla pelle, d’estate, siamo diventate bravissime, o almeno ci proviamo.

Sull’acqua molto meno. Ci entriamo senza guardarla, come se il mare fosse uno sfondo e non un ambiente con regole proprie. È l’unica parte dell’estate che continuiamo ad affrontare a intuito.

Vale la pena rimediare, e non perché ci sia da spaventarsi. I dati raccolti dall’Osservatorio nazionale per la prevenzione degli annegamenti, curato dal Ministero della Salute con l’Istituto superiore di sanità, raccontano una cosa poco intuitiva: gli incidenti in acqua non avvengono quasi mai con il mare grosso e la bandiera rossa. Avvengono in giornate belle, in acqua che dalla riva sembrava tranquilla. La prima causa è il malore in acqua, che da solo pesa per quasi il 45% dei casi.

L’acqua dolce non è la versione gentile del mare

Nel biennio 2024-2025 il conteggio è quasi identico tra mare e acque interne: 281 casi da una parte, 277 tra laghi, fiumi e corsi d’acqua dall’altra, di cui 89 proprio nei laghi. Sembrano numeri simili, ma non lo sono affatto: le spiagge italiane ospitano una quantità di bagnanti incomparabilmente più alta rispetto a un lago di montagna. A parità di persone, insomma, l’acqua dolce è molto più insidiosa.

Le ragioni sono concrete e vale la pena tenerle a mente se il vostro agosto prevede un lago o un fiume. La superficie è tiepida ma appena sotto l’acqua resta fredda, i fondali sprofondano senza preavviso, le sponde cedono sotto il piede, e quasi mai c’è qualcuno che sorveglia. Prima di stendere il telo, un minuto speso a controllare i divieti di balneazione della zona è un minuto ben investito: molti degli episodi recenti sono avvenuti esattamente dove il bagno non era consentito.

La striscia calma tra le onde è quella da evitare

Se c’è una cosa che conviene imparare quest’estate, è riconoscere una corrente di ritorno. È il fenomeno che pesa di più tra gli incidenti in mare — secondo le rilevazioni della Società nazionale di salvamento vale circa un terzo dei casi — ed è anche il più frainteso, perché si traveste da acqua tranquilla.

Si tratta di un canale stretto che dalla riva torna verso il largo. Non trascina sott’acqua: allontana, e in fretta. Guardando il mare dalla battigia per una manciata di secondi, la si individua: è la zona dove le onde smettono di frangersi, una striscia più scura e insolitamente piatta, spesso con schiuma e sabbia sospesa che viaggiano verso il largo invece che verso di voi. Quel tratto apparentemente più docile è proprio quello da lasciar perdere.

E se vi capita di finirci dentro, la regola è una sola, da ricordare a mente fredda: non nuotate verso la riva. Anche le nuotatrici allenate perdono quella gara. Restate calme, galleggiate e muovetevi lateralmente, parallele alla costa, finché non sentite che l’acqua ha smesso di tirare. Solo allora rientrate, in diagonale. Se invece è qualcun altro a essere in difficoltà, chiamate il bagnino e lanciate qualcosa che galleggi: raggiungerlo a nuoto è il modo più frequente in cui un incidente può raddoppiare.

Il tuffo si prepara in trenta secondi

Lo shock termico — il nome tecnico è idrocuzione — nasce dal contrasto brusco tra pelle surriscaldata e acqua fredda, e mette sotto stress il sistema cardiovascolare in pochi istanti. La storia delle tre ore dopo pranzo, tramandata da generazioni di madri, coglie solo metà del punto: pesa molto di più il sole accumulato prima di entrare.

La prevenzione è banale e funziona. Bagnate polsi, nuca, viso e torace, scendete gradualmente invece di tuffarvi, evitate le ore centrali. Tenete anche conto che durante un’ondata di calore il corpo lavora già al limite stando fermo sotto l’ombrellone: chiedergli in più un’immersione fredda a picco di temperatura non è un dettaglio.

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Foto EPA

Chi è in difficoltà non fa rumore

Il cinema ci ha convinte che annegare sia una scena rumorosa, con grida e braccia che sventolano. È il contrario: chi è in difficoltà usa ogni energia per respirare, e le braccia premono verso il basso per tenere la testa fuori. Succede in silenzio, spesso a pochi metri da persone che non si accorgono di nulla.

Riguarda soprattutto i bambini, che hanno una testa proporzionalmente più pesante, perdono l’equilibrio in un attimo e non sempre riescono a rialzarsi da soli: bastano pochi secondi e pochi centimetri d’acqua, anche nella piscinetta gonfiabile lasciata piena in giardino. La contromisura non è un divieto in più, è un turno. Un adulto designato che guarda l’acqua, senza telefono in mano, per un tempo definito, poi il cambio con qualcun altro. Funziona molto meglio della sorveglianza distratta di sei persone contemporaneamente.

Il rituale da aggiungere sotto l’ombrellone

Tre gesti, e sono tutti gratuiti: guardare il mare mezzo minuto prima di entrare, scegliere tratti sorvegliati controllando la bandiera prima di scegliere il posto, e istituire il turno d’occhio quando ci sono bambini. Sulle spiagge libere, tenetelo presente, un sistema di segnalazione quasi mai esiste.

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Foto EPA

Sul fronte istituzionale le richieste per le prossime stagioni sono già sul tavolo: un registro nazionale degli incidenti, cartellonistica multilingue nelle aree più frequentate, obbligo di recinzioni e allarmi per le piscine private. Nessuna di queste arriverà in tempo per questo agosto, che resta il mese di picco. Le tre di prima, invece, potete adottarle già dal prossimo weekend.