Cuffiette al mare: il volume sale da solo, e l’orecchio paga. Quali accortezze adottare per non rovinarsi l’estate

Rumore di fondo, salsedine e umidità nel condotto: come usare gli auricolari sotto l'ombrellone senza rovinare l'udito, e quando conviene toglierli

Alzare il volume di due tacche quando arriva l’onda, o quando il gruppo accanto rilancia la conversazione, è un gesto talmente automatico che non lo registriamo nemmeno. Eppure è esattamente lì che si concentra il problema: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità circa 1,1 miliardi di ragazzi e giovani adulti tra i 12 e i 35 anni sono esposti al rischio di un danno uditivo permanente, e la causa principale non sono le fabbriche o i cantieri, ma i dispositivi audio personali usati troppo forte e troppo a lungo. L’estate peggiora le cose su due fronti contemporaneamente, e per motivi diversi. Da una parte c’è il rumore, dall’altra l’umidità. Vale la pena capire come funzionano entrambi, perché le contromisure sono tutte alla portata di chiunque.

Il volume che sale da solo

In spiaggia il rumore di fondo è costante: le onde, il vento, i bambini, gli altoparlanti dello stabilimento. Il nostro orecchio si adatta e noi, senza accorgercene, compensiamo alzando il volume finché la musica “torna” a sentirsi. Il paradosso è che la soglia di percezione si sposta, ma quella del danno no. La regola più citata dagli specialisti è quella del 60/60: non superare il 60% del volume massimo e non ascoltare per più di sessanta minuti consecutivi, concedendo poi una pausa vera in un ambiente più silenzioso. L’OMS indica come sicura un’esposizione entro gli 85 decibel, ma la maggior parte degli auricolari in commercio arriva a superare i 100. E la perdita uditiva da rumore non fa male mentre avviene: si accumula in silenzio, ed è questo che la rende insidiosa. Un test casalingo che funziona sempre: se chi è sdraiato accanto a voi sente la vostra musica, il volume è già troppo alto. Il consiglio più controintuitivo, invece, riguarda la cancellazione del rumore: gli auricolari che la offrono sono un alleato, non un vezzo, proprio perché tagliano il rumore di fondo e vi permettono di ascoltare a un volume più basso. Molti smartphone consentono inoltre di impostare un limite fisso in decibel nelle impostazioni audio e di ricevere una notifica quando l’esposizione settimanale è eccessiva: sono due minuti spesi bene, una volta sola.

L’orecchio, d’estate, è più fragile

C’è poi la questione umidità, e qui il discorso si fa più concreto. L’otite esterna, quella che chiamano “otite del nuotatore”, è l’infiammazione della pelle del condotto uditivo ed è il disturbo auricolare più comune dei mesi caldi. Non dipende semplicemente dall’acqua entrata nell’orecchio: il fattore decisivo è l’alterazione della barriera cutanea del condotto, favorita da acqua, salsedine, cloro e sudore, ma anche dalle stimolazioni meccaniche ripetute, cotton fioc, tappi e, appunto, auricolari. Il gesto sbagliato è uno e lo facciamo tutte: uscire dall’acqua e rimettere subito gli auricolari in un orecchio ancora bagnato. Così si crea una piccola camera chiusa, calda e umida, che è esattamente l’ambiente in cui batteri e miceti proliferano. La regola pratica è asciugare bene l’orecchio con un panno morbido, inclinando la testa per aiutare l’acqua a defluire, e lasciar passare qualche minuto prima di reindossare le cuffiette. Se avvertite prurito, dolore che aumenta masticando o tirando il padiglione, o una sensazione di ovattamento che non se ne va, non è il caso di aspettare il rientro: va vista da un medico, perché in genere richiede una terapia mirata. Un’ultima avvertenza per chi si addormenta con gli auricolari, abitudine sempre più diffusa nelle notti afose: significa ore consecutive di esposizione e di condotto occluso, il contrario di quello che serve. Se il problema è dormire con il caldo, ci sono strade migliori da percorrere di giorno.

Sabbia e salsedine: come non rovinare le cuffiette

Anche gli auricolari, in vacanza, soffrono. Le sigle sulla confezione dicono più di quanto sembri: la certificazione IPX4, la più comune, protegge soltanto dagli schizzi, e quella X al posto della prima cifra significa che la protezione da polvere e sabbia non è stata nemmeno testata. Solo un IP6X garantisce la tenuta ai granelli. Da sapere anche che i test di laboratorio si fanno in acqua dolce: quella di mare è più corrosiva, e i danni da liquidi sono quasi sempre esclusi dalla garanzia. Tradotto in gesti quotidiani: mai appoggiare gli auricolari sull’asciugamano, ma sempre nella custodia, che ogni sera va capovolta e scossa per far uscire la sabbia. Non risciacquateli sotto il rubinetto, passateli con un panno appena inumidito e asciugateli subito. I gommini in silicone si staccano e si lavano a parte con acqua e sapone. Non riponeteli mai bagnati o sudati nella custodia, perché i contatti di ricarica si ossidano. E niente auto al sole o sdraio infuocata: il caldo estremo è il nemico numero uno delle batterie al litio.

Il consiglio che vale più di tutti

Poi c’è la cosa più semplice, che nessuna certificazione può sostituire: toglierle. Sull’autobus delle sette e mezza gli auricolari sono una difesa legittima, un modo per ritagliarsi venti minuti propri prima di una giornata di lavoro. In spiaggia con gli amici o con la famiglia sono un’occasione mancata, e per una ragione che riguarda anche la salute: una commissione pubblicata su The Lancet ha incluso l’ipoacusia non trattata tra i fattori di rischio modificabili per il declino cognitivo, e diversi studi collegano la perdita uditiva all’isolamento sociale. L’udito serve prima di tutto alle conversazioni. Quindi: playlist per il tragitto e per la camminata del mattino, orecchie libere per le ore centrali. E se a settembre vi accorgete che un fischio o un senso di ovattamento non se ne vanno dopo un paio di giorni, parlatene con il medico invece di rimandare: sono i segnali che meritano un controllo, non l’attesa. Al mare si può arrivare rilassate anche senza colonna sonora.