A Tokyo, in una sala affittata per un pomeriggio, la prima domanda che i partecipanti si fanno non riguarda il lavoro né gli hobby: riguarda i caratteri con cui scrivono il proprio cognome. Sono tutti omonimi, e sono lì apposta. Gli incontri per single che portano già lo stesso cognome vanno avanti da marzo e li organizzano un’associazione che si batte per un sistema opzionale di cognomi separati tra i coniugi e uno dei principali operatori giapponesi del settore matrimoniale.
Quattro serate, cinquanta persone, un solo cognome per volta
Il meccanismo è semplice quanto la premessa è complicata. Ogni evento è dedicato a un cognome diverso, e si entra solo se è il proprio. Entro la fine di maggio se ne sono tenuti quattro a Tokyo, con una cinquantina di partecipanti in tutto, tutti tra i venti e i trent’anni, dedicati ai cognomi più diffusi dell’arcipelago: Suzuki, Tanaka, Sato, Ito. A giugno è arrivato il primo appuntamento online, riservato ai soli Suzuki, che ha raccolto quattordici persone da tutto il Paese.
I riscontri, raccontano gli organizzatori, sono stati buoni: c’è chi ha apprezzato semplicemente il poter parlare con qualcuno che condivide l’esperienza di avere un cognome così comune. Il limite del format, però, è evidente e gli stessi promotori lo ammettono: per chi porta un cognome raro, una serata così è quasi impossibile da mettere insieme.
Perché un cognome, laggiù, pesa
Il codice civile giapponese prevede che i coniugi adottino un unico cognome, quello di uno dei due. È una regola che il Giappone è considerato oggi l’unico Paese al mondo a imporre, e nella pratica ricade quasi sempre sulla stessa parte: secondo i dati del governo, sui circa 480mila matrimoni celebrati nel 2022 il 95% delle coppie ha adottato il cognome del marito.
Che la cosa pesi lo dicono i numeri. Un sondaggio governativo relativo all’anno fiscale 2021 ha rilevato che, tra chi non era intenzionato a sposarsi, il 31,9% delle donne e l’8,6% degli uomini indicava tra le ragioni il non voler cambiare cognome o il considerarlo una seccatura. Una rilevazione più recente condotta dall’associazione promotrice degli eventi insieme a un’app di incontri, su 2.500 persone tra i venti e i trent’anni, ha registrato riluttanza a cambiare cognome nel 36% delle donne e nel 46% degli uomini; circa il 7% ha detto che chiuderebbe una relazione se nessuno dei due fosse disposto a cedere, e circa il 6% rinvierebbe le nozze in attesa di una legge.
Una responsabile dell’associazione lo ha spiegato con argomenti molto concreti: cambiare cognome costa tempo e pratiche — patente, passaporto, documenti — e porta con sé una sensazione di identità perduta. Il dibattito politico resta aperto: la Corte suprema si è pronunciata due volte, nel 2015 e nel 2021, per la costituzionalità del sistema attuale, mentre nel marzo 2024 dodici persone hanno depositato nuovi ricorsi ai tribunali di Tokyo e Sapporo. Le Nazioni Unite hanno raccomandato al Giappone di intervenire in più occasioni.
In Italia il cognome resta, ma la partita è un’altra
Chi legge da qui potrebbe faticare a immaginare la scena, perché in Italia il problema non si pone da mezzo secolo. La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha introdotto l’articolo 143-bis del codice civile: la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito, non lo sostituisce, ed è una facoltà, non un obbligo. Prima di allora la formulazione era un’altra, e diceva che la moglie assumeva il cognome del marito insieme alla sua condizione civile.
La partita italiana si gioca semmai sui figli. Con la sentenza numero 131 del 2022 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima l’attribuzione automatica del solo cognome paterno: il figlio assume i cognomi di entrambi i genitori nell’ordine che questi concordano, salvo accordo per attribuirne uno solo. Sono passati quattro anni e la legge che dovrebbe organizzare la materia non è ancora arrivata. È una conquista che, come altre di cui si parla da decenni, resta a metà del guado.
Il resto del mondo, dove nessuno obbliga ma quasi tutte scelgono
Il quadro internazionale è più vario di quanto si immagini. Stati Uniti, Regno Unito e Australia lasciano libertà di scelta; Francia, Corea del Sud e Cina seguono il principio dei cognomi separati; Italia, Thailandia e Turchia ammettono forme di cognome combinato.
Dove non c’è obbligo, però, la tradizione tiene bene. Una rilevazione del Pew Research Center su oltre 2.400 persone sposate in coppie eterosessuali negli Stati Uniti ha trovato che il 79% delle donne ha preso il cognome del marito, il 14% ha tenuto il proprio e il 5% li ha uniti con un trattino; tra gli uomini, il 92% non ha cambiato nulla. Il movimento si vede sulle generazioni: ha conservato il proprio cognome il 20% delle donne sposate tra i 18 e i 49 anni contro il 9% delle over 50, e il 26% delle laureate con titolo post-laurea. Tra chi non si è mai sposato, solo un terzo dichiara che prenderebbe il cognome del partner.
Cosa conviene sapere, e cosa resta da vedere
Se vi sposate in Italia non dovete fare assolutamente nulla: il cognome sui vostri documenti resta quello di nascita, e l’aggiunta di quello del coniuge è una possibilità d’uso, non un cambio di anagrafe. Se invece il matrimonio si celebra all’estero o con un cittadino straniero, vale la pena verificare in Comune come verrà trascritto l’atto, perché la registrazione nel Paese di celebrazione può seguire regole diverse da quella italiana. Per i figli, dal 2022 l’ordine dei due cognomi si concorda al momento della dichiarazione di nascita: serve l’accordo di entrambi i genitori, e conviene averlo chiaro prima di presentarsi allo sportello.
Restano due cose da seguire. In Giappone, l’esito dei ricorsi depositati nel 2024, che riapriranno il confronto sul sistema opzionale dei cognomi separati. In Italia, la legge che il Parlamento deve ancora scrivere. Nel frattempo, a Tokyo, la prossima serata cerca sempre un Suzuki.





