Emma Marrone chiusa in ascensore: cosa fare se succede anche a noi

Il blocco della cabina è un dispositivo di sicurezza, non un guasto: la sequenza corretta per uscirne serena e i piani che vale la pena salire a piedi

Con l’ascensore abbiamo un rapporto curioso. Lo usiamo tutti i giorni senza pensarci, ci controlliamo i capelli nello specchio, guardiamo il telefono anche sapendo che lì dentro il campo non c’è. E intanto teniamo in un angolo della testa l’ipotesi che oggi, chissà, possa fermarsi. È una diffidenza silenziosa, che ammettiamo poco e condividiamo moltissimo, un po’ come il bisogno di rassicurazione che confessava Arisa parlando della sua cartomante di fiducia.

Poi capita a qualcuna e ne parliamo tutte. È successo a Emma Marrone, ferma per circa quarantacinque minuti tra due piani del suo condominio insieme all’amica e collaboratrice Francesca Savini: erano scese a buttare la spazzatura, hanno chiesto aiuto al telefono, e a rimetterle in circolo sono stati i tecnici dell’impianto. Fuori dalla cabina, lo spavento si è sciolto in risate.

La notizia migliore è che questa paura si sgonfia parecchio quando si sa esattamente cosa fare. E che la vicenda apre anche una seconda domanda, meno drammatica e più utile: quando conviene, semplicemente, fare le scale.

La cabina che si ferma sta facendo il suo mestiere

Partiamo dalla parte rassicurante: quando un ascensore a norma si blocca, non si è rotto qualcosa che vi mette in pericolo. Si è attivato un dispositivo pensato apposta per fermare la cabina in sicurezza, e i freni automatici degli impianti moderni servono precisamente a escludere lo scenario che tutte immaginiamo per primo. Le cabine sono aerate: l’aria non finisce, per quanto la sensazione dica il contrario.

La claustrofobia, invece, è una reazione del tutto normale, amplificata dalle dimensioni ridotte e dalla luce che a volte se ne va. Vale la pena saperlo in anticipo, perché il rischio concreto, in questi casi, non è quasi mai la cabina ferma: è ciò che si tenta di fare per uscirne in fretta.

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La sequenza, in ordine

Il primo gesto è il pulsante di allarme, quello giallo con il campanello. Su molti impianti va tenuto premuto per cinque secondi circa: non è un capriccio del pulsante, è il tempo che serve per avviare la chiamata al call center di assistenza attraverso il combinatore telefonico.

Quando l’operatore risponde, servono quattro informazioni dette con calma: quante persone ci sono in cabina, se ci sono bambini, se qualcuno ha problemi di salute o si sente male, se si percepiscono odore di fumo o rumori anomali. Poi si seguono le indicazioni ricevute.

Se il pulsante non funziona, e sugli impianti datati capita, il telefono resta la strada. Il 112 è il numero unico di emergenza, il 115 va usato in caso di fumo o pericolo immediato. In cabina, per obbligo, sono affissi anche il numero della ditta di manutenzione e i riferimenti dell’amministratore: quella targhetta che non abbiamo mai letto in vita nostra è esattamente ciò che serve in quel momento. La torcia del telefono aiuta se siete al buio, ma usatela con parsimonia, perché la batteria serve per parlare con i soccorsi.

Fatta la chiamata, resta la parte più lunga. Sedetevi, allentate le spalle, rallentate il respiro e tenete la testa occupata. Se non siete sole, il tono di chi vi accompagna fa una differenza enorme: chi riesce a restare leggera abbassa l’ansia dell’altra, ed è esattamente ciò che è successo nell’episodio da cui siamo partite.

Le tre cose da non fare, mai

Non forzate le porte. Non saltate e non fate dondolare la cabina per convincerla a scendere di un piano. E soprattutto non fatevi tirare fuori da vicini pieni di buona volontà ma senza formazione: le porte, aperte dall’esterno in modo non controllato, possono affacciarsi su un dislivello importante o direttamente sul vano. Un passo in avanti nel momento sbagliato è il vero incidente di questa storia, e quasi sempre è evitabile aspettando il tecnico dell’impianto o i vigili del fuoco.

E le scale? Convengono, ma non sempre e non a tutte

Qui arriva la parte che riguarda anche le giornate in cui l’ascensore funziona benissimo. Una metanalisi presentata al congresso ESC Preventive Cardiology della Società Europea di Cardiologia nel 2024, che ha raccolto dati su oltre 480mila persone, associa l’abitudine di salire le scale a una riduzione del 24% della mortalità per tutte le cause e del 39% di quella cardiovascolare, con meno infarti, ictus e scompensi. Dal punto di vista clinico salire le scale è attività fisica vigorosa: supera i sei MET, cioè un dispendio energetico oltre sei volte quello a riposo. È molto più impegnativo di una passeggiata in piano, ed è il motivo per cui funziona.

Con un’avvertenza che le ricerche più recenti sottolineano volentieri: chi sale abitualmente le scale spesso è già una persona in forma migliore, quindi il beneficio va letto con prudenza e non come una promessa automatica. E proprio perché lo sforzo è intenso, se avete problemi cardiaci o articolari, o stat recuperando da un intervento, la cosa sensata è parlarne con il vostro medico prima di trasformare i sei piani in abitudine quotidiana. Sul potenziale dei gradini come palestra domestica, del resto, avevamo già scritto ragionando su cosa insegna The 8 Show a proposito di longevità.

Nella pratica: due o tre piani in salita, a ritmo comodo, corrimano a portata di mano e scarpe che tengano, sono un ottimo investimento quotidiano. In discesa il discorso cambia, perché il carico sulle ginocchia aumenta: prendere l’ascensore per scendere non è pigrizia, è buon senso articolare.

Un controllo che vale trenta secondi

La prossima volta che salite in cabina, date un’occhiata alla targhetta: numero della manutenzione, riferimenti dell’amministratore, data dell’ultima verifica periodica. Nei palazzi datati è la differenza tra un blocco fastidioso di dieci minuti e un’attesa che si allunga. Se non trovate né targhetta né numero, è una segnalazione da mettere all’ordine del giorno della prossima assemblea: costa una riga e vale un’ora della vostra estate.