Quando ci rubano il telefono, la prima cosa che calcoliamo è quanto costa ricomprarlo. È l’unico conto sbagliato che si possa fare.
Perché il valore vero non è nel vetro e nell’alluminio: è nella posta elettronica che sta lì dentro, nelle password salvate nel browser, nell’app della banca, nelle foto dei documenti che avete fatto un anno fa per mandarle a qualcuno e non avete mai cancellato. E soprattutto è nella sequenza che parte se qualcuno riesce a entrare: dall’email si resettano le password di tutto il resto, e il resto siete voi.
Qui sta il punto che quasi tutti si perdono. L’impronta digitale è comodissima ma non è l’unica chiave: sotto c’è sempre il codice numerico, e quel codice si può guardare. È esattamente così che lavorano i ladri più organizzati — vi osservano mentre lo digitate al bar, in metropolitana, in fila alla cassa, e solo dopo vi sfilano il telefono. A quel punto hanno in mano il dispositivo e la chiave insieme.
Le protezioni antifurto da attivare su Android
Da un paio d’anni esiste una suite di funzioni pensata proprio per questo scenario, disponibile sulla gran parte dei dispositivi con Android 10 o successivo attraverso un aggiornamento dei servizi Google. Sui telefoni più recenti alcune di queste sono già attive di serie, ma vale la pena controllare, perché “dovrebbe esserci” e “c’è” sono due cose diverse.
Il blocco per rilevamento furto usa i sensori di movimento del telefono per riconoscere lo strappo tipico dello scippo: se qualcuno ve lo sfila di mano e si allontana di corsa, in bici o in auto, lo schermo si blocca da solo. Il blocco offline interviene quando il dispositivo viene scollegato dalla rete, cioè quando il ladro mette la modalità aereo per impedirvi di localizzarlo. Il blocco da remoto vi permette di bloccare tutto da un altro dispositivo, e la cosa importante è che funziona anche senza ricordare la password dell’account: basta il numero di telefono e una domanda di sicurezza. C’è poi la protezione contro il ripristino di fabbrica, che rende il telefono rubato molto meno rivendibile, e la verifica dell’identità, che chiede la biometria per le operazioni delicate.
Dove si trovano: il percorso più comune è Impostazioni, poi Google, Tutti i servizi, Protezione dai furti. Sui Samsung passa da Sicurezza e privacy, Protezione in caso di smarrimento del dispositivo, Protezione antifurto. Sui Pixel resta dentro Sicurezza e privacy. Se qualcosa non compare, aggiornate i servizi Google e riprovate.
La Protezione dispositivo rubato su iPhone: cosa fa e come si attiva
Sul versante Apple la funzione si chiama Protezione del dispositivo rubato ed è disponibile da iOS 17.3; sulle versioni più recenti viene proposta in automatico, ma è bene verificare che sia accesa. La trovate in Impostazioni, Face ID e codice.
Fa due cose che risolvono esattamente il problema del codice spiato. La prima: per accedere alle password salvate e alle carte di credito serve obbligatoriamente Face ID o Touch ID, senza possibilità di ripiegare sul codice numerico. La seconda: fuori dai luoghi che il telefono riconosce come abituali — casa, ufficio — le operazioni critiche, come cambiare la password dell’account Apple, richiedono un’autenticazione biometrica, un’ora di attesa e una seconda autenticazione. Quell’ora è il tempo che serve a voi per bloccare tutto.
Un dettaglio che conviene sistemare: potete scegliere fra “lontano da luoghi familiari” e “sempre”. La seconda opzione è più scomoda ma più sicura, e ha senso se passate molto tempo in posti diversi.
Il PIN della SIM: la protezione che quasi nessuno mette
Ecco il buco più grande, ed è indipendente dal sistema operativo. Se la SIM non è protetta da PIN, chi ha il telefono la sfila in dieci secondi, la infila in un altro dispositivo e comincia a ricevere i vostri SMS. Fra quegli SMS ci sono i codici di verifica della banca e di mezzi altri servizi: l’autenticazione a due fattori, quella su cui contavate, gliela state consegnando.
Attivate il PIN della SIM dalle impostazioni — lo trovate sotto la voce SIM o sotto Sicurezza — e cambiate quello di default fornito dall’operatore. Verrà chiesto solo all’accensione del telefono o quando la scheda viene spostata su un altro apparecchio: una scocciatura minima a fronte di quello che evita. Nello stesso ragionamento rientra il fatto che ricevere i codici via SMS è la forma più debole di doppia verifica: dove potete, passate a un’app di autenticazione o alle passkey, e conservate i codici di recupero da qualche parte che non sia il telefono.
Le sessioni aperte: WhatsApp Web e tutte le altre
Questa è la parte che sfugge quasi sempre. Ogni volta che collegate WhatsApp al computer, o restate connesse ai social sul portatile dell’ufficio, aprite una sessione che rimane attiva per settimane. Se il telefono sparisce, quelle sessioni continuano a vivere per conto loro.
Prendete l’abitudine di fare una pulizia ogni tanto: su WhatsApp la voce è Dispositivi collegati, e da lì si disconnette tutto quello che non riconoscete; lo stesso vale per le sessioni attive di Telegram, per l’elenco dei dispositivi collegati all’account Google e a quello Apple, e per gli accessi salvati su Instagram e Facebook. Cinque minuti, due volte l’anno. E già che ci siete, date un’occhiata anche a quali permessi avete concesso alle app: microfono, posizione e rubrica sono spesso attivi per applicazioni che non ne hanno alcun bisogno.
Cosa non tenere nel telefono, e cosa preparare adesso
Tre pulizie che valgono più di qualsiasi impostazione. Cancellate le foto di carta d’identità, patente, tessera sanitaria e carte di credito dalla galleria: se vi servono, tenetele in un archivio cifrato o in un gestore di password con blocco biometrico. Non salvate password nelle Note. Impostate un codice di sblocco di almeno sei cifre e non sceglietelo fra le date di nascita di famiglia, che sono la prima cosa che si prova.
Poi preparate il dopo, mentre siete tranquille: annotate il codice IMEI del telefono, che trovate nelle impostazioni alla voce Info dispositivo, sulla scatola o nel vostro account, e conservatelo altrove, perché serve per la denuncia; verificate che il backup automatico sia attivo, così cancellare tutto da remoto non vi costerà nulla.
Se il furto avviene, l’ordine è questo: bloccare il dispositivo da remoto, chiamare l’operatore per bloccare la SIM, cambiare da un altro dispositivo la password dell’account principale, avvisare la banca, sporgere denuncia con l’IMEI. E non andate a recuperarlo di persona seguendo il puntino sulla mappa, mai — quello è un lavoro per chi indossa una divisa. Anche perché nel frattempo qualcuno potrebbe provare la strada più veloce, cioè chiamarvi fingendosi la vostra banca.
Proteggere il telefono nel modo giusto: ne vale la pena?
Onestamente: sì, con un piccolo prezzo da pagare. Il ritardo di un’ora vi darà fastidio la volta in cui vorrete cambiare una password mentre siete in vacanza, e il PIN della SIM vi farà borbottare a ogni riavvio. Sono un quarto d’ora di configurazione e due secondi di seccatura ogni tanto, contro le tre settimane di telefonate che servono a rimettere in ordine un’identità digitale finita nelle mani sbagliate. Il momento buono per farlo è stasera, sul divano, quando non serve.





