Donne al volante: chi ama guidare, chi no e perché va bene così (a una condizione)

Quasi il 95% associa l'auto alla libertà, ma c'è chi preferisce l'autobus: cosa dicono le ricerche e come si può tornare al volante senza sentirsi in difetto

Le chiavi della macchina sono lì, sul mobile dell’ingresso, accanto all’abbonamento dell’autobus. Sono le otto meno un quarto e la scelta si ripete uguale ogni mattina: parcheggio da cercare, rotonda che vi mette ansia, oppure venti minuti in piedi in mezzo alla gente ma senza dover decidere niente. C’è chi prende le chiavi senza pensarci e chi, dopo anni di patente, allunga ancora la mano verso l’abbonamento. Entrambe le mani appartengono a donne che si considerano indipendenti.

Quasi il 95% dice libertà, ma non tutte la vivono uguale

Una ricerca internazionale ha rilevato che quasi il 95% delle donne associa l’automobile all’idea di libertà: non tanto arrivare da qualche parte, quanto decidere quando partire, cambiare strada a metà, fermarsi dove pare. L’abitacolo, poi, è diventato una delle poche stanze davvero private che una giornata offra: quindici minuti in cui nessuno chiede niente. Una seconda indagine, condotta su 1.720 automobiliste di 33 paesi tra il 5 maggio e il 10 giugno di quest’anno, aggiunge il dato che smonta il luogo comune più vecchio d’Italia: il 97% si definisce guidatrice sicura, e solo il 3% ammette di guidare qualche volta in modo poco prudente. Dentro quei numeri, però, si nasconde un dettaglio che vale più di tutti gli altri: chi guida di rado dichiara di sentirsi più concentrata al volante. Tradotto: sta spendendo molta più energia mentale per fare la stessa cosa. Non è insicurezza, è fatica.

La frase che vi hanno detto a diciott’anni

Qui entra in gioco una ricerca pubblicata nel 2008 su Accident Analysis and Prevention da Nai Chi Jonathan Yeung e Courtney von Hippel. Le partecipanti guidavano in un simulatore; a una parte di loro, prima della prova, era stato ricordato lo stereotipo secondo cui le donne guiderebbero peggio. Risultato: quel gruppo aveva una probabilità più che doppia di investire i pedoni che attraversavano fuori dalle strisce. Non perché quelle donne guidassero peggio, ma perché una parte della loro attenzione era occupata a smentire un’accusa. Un lavoro successivo, firmato da Angelica Moè nel 2015, ha completato il quadro da entrambi i lati: sotto la pressione dello stereotipo le automobiliste commettono più errori, e quando invece lo stereotipo viene esplicitamente smentito la prestazione migliora. La sicurezza al volante, insomma, non è solo una questione di ore di pratica. È anche una questione di cosa vi è stato detto mentre le accumulavate. Se qualcuno ha commentato ogni vostro parcheggio dal sedile del passeggero, quel commento è probabilmente ancora lì.

Non è pigrizia, e ha anche un nome

La paura di guidare si chiama amaxofobia, dal greco hàmaxa, carro, e phobos, paura. Può essere totale — la patente presa e poi chiusa nel cassetto — oppure selettiva, e questa è la forma più comune: si guida benissimo in paese ma non in autostrada, non di notte, non in galleria, non oltre il raggio di venti chilometri da casa. Le cause raccontate più spesso sono tre: un incidente vissuto o visto da vicino, la mancanza di pratica che alimenta se stessa, e la sfiducia negli altri automobilisti, cioè la sensazione di non poter controllare la situazione. In nessuna di queste c’entra la capacità di guidare.

Come si torna al volante, un pezzo alla volta

La strada più efficace è anche la meno romantica: qualche lezione di perfezionamento in autoscuola. Non serve rifare l’esame, bastano guide private con un istruttore, ed è il modo più veloce per rimettere in ordine le manovre che vi mettono in difficoltà — di solito parcheggio, rotonde e immissione in autostrada. Un’avvertenza che vale oro: se il vostro compagno, vostro padre o un’amica si offrono come istruttori e la loro presenza vi irrigidisce, ringraziate e dite di no. Al volante servono istruzioni neutre, non giudizi affettuosi. Poi si procede a piccole dosi, secondo la logica dell’esposizione graduale: si comincia dai percorsi che conoscete a memoria, negli orari di traffico basso — la domenica mattina presto è la palestra migliore che esista — e ci si allontana da casa un pezzetto per volta, sempre con la possibilità di tornare indietro. La regola è non passare mai direttamente dal parcheggio sotto casa alla tangenziale in ora di punta. Aiutano anche tre cose molto concrete: sistemare l’abitacolo prima di partire (sedile, specchietti, destinazione già impostata, telefono silenzioso) così da eliminare gli imprevisti evitabili; ripassare le regole che avete dimenticato, perché buona parte dell’ansia nasce dal dubbio su cosa fare a una precedenza; e, dove disponibili, i simulatori di guida, che permettono di sbagliare senza conseguenze. Se invece il solo pensiero di salire in auto scatena sintomi fisici — cuore che accelera, mani sudate, respiro corto — allora vale la pena ricordare quanto ancora in Italia si faccia resistenza a chiedere aiuto per cose che si potrebbero risolvere parlandone con uno specialista.

E se l’autobus vi piace davvero?

Allora va benissimo così. C’è una differenza sostanziale tra scegliere i mezzi pubblici perché leggere sul tram è il momento migliore della giornata e prenderli perché l’alternativa vi terrorizza. Il primo caso è una preferenza, il secondo è un confine che qualcun altro ha disegnato al posto vostro — spesso, come per tante decisioni che rimandiamo aspettando che qualcuno ci rassicuri, senza che ce ne accorgessimo. Se rientrate nel secondo caso, il primo passo costa poco: una telefonata all’autoscuola sotto casa e due guide, giusto per vedere l’effetto che fa. E quando vi verrà l’impulso di allungare le chiavi a chi commenta — guida tu, va’ — resistete: è il gesto che dà ragione a tutti i dubbi che avete su di voi, e la volta dopo sarà più difficile. Molto meglio scegliere con cura chi vi siede accanto: il passeggero giusto guarda il paesaggio, non il vostro piede sulla frizione. E se proprio non riesce a trattenersi, esiste una formula collaudata da decenni sugli autobus di tutta Italia: è vietato parlare al conducente.