Servono a questo: fotografare i bambini senza frugare nella borsa, farsi tradurre un menù in una lingua che non conoscete, seguire le indicazioni stradali senza abbassare lo sguardo. Gli occhiali smart con fotocamera integrata funzionano bene, si vendono a milioni e — montati su una montatura da sole di quelle classiche — non sembrano affatto un dispositivo elettronico. Ed è esattamente su questo che si sono impuntati i primi locali che hanno cominciato a chiedere ai clienti di toglierli.
Dove hanno già detto no
La lista è partita dal Regno Unito. Un ristoratore londinese piuttosto noto, alla guida di insegne storiche come Simpsons in the Strand e The Park, ha fatto sapere che nei suoi locali gli occhiali con funzione di registrazione non si indossano, spiegando di non voler consentire intrusioni nella privacy degli ospiti che vadano oltre gli occhi con cui siamo nati. Soho House, la catena internazionale di club privati, ha chiarito che il divieto di riprese già in vigore nelle sue sedi comprende anche questi dispositivi, quindi ai soci può essere chiesto di rimuoverli. ATG Theatres, che gestisce sale come il Bristol Hippodrome e l’Edinburgh Playhouse, chiederà al pubblico di toglierli durante gli spettacoli. La catena di pub Wetherspoons ha tracciato una linea più stretta: non si riprendono il personale o gli altri clienti senza il loro consenso.
Il fronte si è poi allargato. A Seattle, il locale che nel 2013 aveva già messo alla porta i Google Glass ha fatto lo stesso con i nuovi modelli. A New York, un club piuttosto conosciuto li ha vietati richiamandosi alla propria regola sul divieto di foto e video: chi li porta dentro, anche solo dentro una borsa, viene invitato a uscire e rischia l’esclusione permanente. Anche in Australia almeno un locale del settore ha adottato una misura simile.
Chi ha qualche anno riconoscerà la sceneggiatura. Nel 2013 successe la stessa identica cosa, con lo stesso identico argomento, e il neologismo glasshole — l’insulto per gli early adopter di quel primo esperimento — entrò nel vocabolario. Il prodotto è cambiato, l’obiezione no.
Il LED che dovrebbe bastare (e perché non convince)
Gli occhiali segnalano la registrazione con una piccola spia luminosa vicino all’obiettivo. Meta ha aggiunto di recente una protezione ulteriore: se l’indicatore viene coperto, danneggiato o modificato, la fotocamera si blocca. Sulla carta è la risposta giusta al problema principale, cioè il rischio che qualcuno registri di nascosto.
Il punto è che risolve solo metà della faccenda. Vedere una lucina accesa non equivale ad aver acconsentito a essere ripresi, e in un locale affollato — o durante una conversazione — non sempre si è nella posizione di dire di no. Gli occhiali, inoltre, montano microfoni e funzioni di assistente vocale che elaborano quello che succede intorno anche quando non state salvando un video in galleria. La stessa azienda presenta la spia come uno degli strumenti di tutela, non come la soluzione.
Cosa stanno facendo le autorità
Il Comitato europeo per la protezione dei dati, l’organismo che coordina i garanti privacy dell’Unione, sta preparando un documento dedicato agli occhiali smart, atteso nei prossimi mesi. Qualche autorità nazionale non ha aspettato: il garante tedesco ha osservato che dispositivi di questo tipo potrebbero già ricadere sotto le norme che vietano gli apparecchi di registrazione nascosti, mentre l’autorità francese ne ha segnalato i rischi e quella britannica ha iniziato a pubblicare indicazioni operative. Nel Regno Unito è stata anche depositata una petizione che chiede al Parlamento di vietarne la vendita.
Va detto con precisione: nessun Paese li ha messi fuori legge. Per ora si tratta di pressione, non di proibizione, e i divieti di cui si parla sono decisioni private di singoli locali, che sul proprio spazio possono già stabilire regole sulle riprese.
In Italia, come funziona
Gli occhiali sono in vendita anche da noi, e l’autorità italiana per la protezione dei dati se ne è occupata fin dal lancio, chiedendo chiarimenti sulla base giuridica del trattamento, sulle misure per tutelare le persone riprese per caso — in particolare i minori — e sul funzionamento dell’assistente vocale.
L’impostazione generale delle autorità europee, in linea di massima, distingue due situazioni molto diverse tra loro. Registrare per uso strettamente personale è una cosa; pubblicare online un video in cui una persona è riconoscibile, senza che lo sappia e senza il suo consenso, è tutt’altra, e ricade nelle regole del GDPR. Il quadro è in evoluzione proprio in queste settimane, quindi vale la pena tenerlo d’occhio più che darlo per acquisito. Vale anche il principio dei permessi che il telefono chiede ogni giorno: la richiesta di autorizzazione non è una scocciatura, è la parte che protegge chi sta dall’altro lato dell’obiettivo.
Il galateo, in quattro mosse
Se li avete: tenete aggiornato il firmware dall’app ufficiale, non coprite mai la spia — oltre a essere scorretto, ora spegne la fotocamera — chiedete prima di riprendere qualcuno e toglieteli quando ve lo chiedono, senza discutere. È la regola più semplice e vi risparmia scene spiacevoli.
Se invece siete dall’altra parte del tavolo, potete chiedere che vengano rimossi senza sentirvi in imbarazzo. Con un’avvertenza che vale la pena ricordare: per alcune persone questi occhiali sono uno strumento di accessibilità, un supporto reale per chi ha difficoltà visive o di memoria. La richiesta va fatta, e va accolta, senza che nessuno la trasformi in un processo.
A chi servono e a chi no
Servono a chi ha spesso le mani occupate, viaggia molto e usa davvero la traduzione istantanea, e a chi ne ha bisogno per motivi di accessibilità. Non servono a chi cercava soltanto una fotocamera più comoda: quella del telefono resta molto migliore e, soprattutto, si vede. In una società che ormai parla per video, è probabilmente il dettaglio che conta di più.





