Granita: molto più di un semplice un dessert. La colazione che divide la Sicilia

Messina o Catania, mandorla o gelsi, con la brioche col tuppo e mai con la cannuccia: le scuole, i gusti storici e gli indirizzi che valgono la deviazione

Il bicchiere che si appanna appena arriva sul tavolino, la brioche ancora tiepida che si stacca a pezzetti, e quel primo cucchiaino che non è freddo come il ghiaccio ma nemmeno morbido come un gelato. Se vi è capitato di farlo almeno una volta, sapete che la granita non si dimentica. E sapete anche che al ritorno, ordinandola in un bar del continente, quasi sempre arriva qualcos’altro dentro il bicchiere.

Il malinteso nasce da un dettaglio: altrove la granita è un dolce di fine giornata, in Sicilia è colazione. Alle otto del mattino, seduti fuori, mentre il caldo comincia. Chi la ordina dopo cena si riconosce a distanza — e settembre, con le sue giornate che restano tiepide e l’appetito che fatica a tornare, è il momento perfetto per capire perché. Se il caldo vi ha tolto la fame anche quest’anno, ne abbiamo parlato raccontando cosa mettere in frigo quando non si ha voglia di niente.

Come si riconosce quella vera

La differenza sta tutta in un gesto lento. La granita siciliana non è ghiaccio tritato annegato nello sciroppo: è una miscela di acqua, zucchero e frutta (o caffè, o mandorla) che viene mantecata mentre congela, cioè mescolata di continuo perché i cristalli restino finissimi. Un tempo si faceva con il pozzetto, un secchiello metallico immerso in neve e sale e girato a manovella; oggi con una mantecatrice simile a quella del gelato, ma il principio non è cambiato.

Il risultato è una consistenza che sta in equilibrio: mai ghiacciata, mai liquida. Rispetto al gelato e al sorbetto c’è una differenza sostanziale, e vale la pena saperla perché spiega tutto: nella granita l’aria è completamente assente. Nessun gonfiore, nessuna soffice montatura. Solo materia densa e granulosa insieme. Da qui la regola che in Sicilia nessuno vi dirà ma tutti applicano: la granita si mangia col cucchiaino. Se ve la portano con la cannuccia, non è granita.

I nivaroli, la neve dell’Etna e la brioche col tuppo

L’origine è araba: fu lo sherbet, bevanda ghiacciata profumata con succhi di frutta o acqua di rose, a dare il via a tutto. Ma la parte che ci piace di più riguarda un mestiere scomparso. Nel Medioevo esistevano i nivaroli, uomini che d’inverno salivano sull’Etna, sui Nebrodi, sui Peloritani e sugli Iblei a raccogliere la neve. La conservavano nelle neviere, grotte e costruzioni in pietra dove restava compatta per mesi, e d’estate la portavano fino alla costa coperta di paglia e felci, dove veniva grattata e mescolata a miele e frutta. In alcune zone dell’isola si trovano ancora oggi le buche in pietra dove veniva stipata.

L’altra metà del rito è la brioche col tuppo, che deve il nome alla pallina di impasto sulla sommità: ricorda lo chignon che le donne siciliane portavano e che in dialetto si chiama proprio tuppo. Caldo contro freddo, soffice contro granuloso. Non è un abbinamento decorativo, è la ragione per cui quella colazione funziona.

Messina o Catania: la questione che non si chiude

Qui comincia il bello, perché scegliere una scuola è una dichiarazione di appartenenza. A Messina la granita è più densa e leggermente più dolce, e il gusto fondante è il caffè con panna: la ordinano chiamandola “mezza con panna”, e in centro c’è una pasticceria che la serve dal 1910. A Catania la consistenza è più morbida e il gusto più asprigno, quasi una crema, e gli indirizzi storici stanno tra piazza Ariosto e via Etnea.

Poi ci sono le corti minori, che spesso vincono la partita. Acireale è il regno della mandorla — la minnulata — con almeno tre bar storici a poche vie di distanza e una versione detta “alla mandorla araba”, con anice stellato e cannella; non a caso lì è nato un festival dedicato solo alla granita. A Randazzo, dove il parco dell’Etna quasi tocca i Nebrodi, si lavora ancora all’antica, usando la neve come refrigerante quando è possibile e solo prodotti del vulcano: fragoline di Maletto, pistacchio di Bronte, ciliegie dell’Etna. E a Noto, tecnicamente fuori dalle terre della granita, Corrado Assenza ha riscritto le regole facendo granite in cui il frutto resta sé stesso: il limone è aspro quasi come il limone, e c’è una versione a fichi e peperoncino che non somiglia a nulla. Sulla costa tirrenica, a Capo d’Orlando, si trovano invece pesca e malvasia, o la ricotta con cannella e pezzetti di cioccolato.

Cosa ordinare, e quando

Se è la prima volta, la mandorla è il gusto che spiega la tecnica meglio di ogni altro: senza frutta acida a coprire, si sente subito se la mantecatura è fatta bene. I gusti seguono la stagione della frutta, e proprio a fine estate arrivano i due più difficili da trovare altrove: i gelsi, dal colore quasi violaceo, e i fichi. Se li vedete scritti sulla lavagna, lasciate perdere il pistacchio per una volta.

Un’ultima cosa pratica, per quando siete tornate a casa e la nostalgia si fa sentire. La granita vera in casa è complicata, perché senza mantecazione i cristalli diventano grossi e viene fuori un ghiacciolo grattato. Il compromesso onesto è lavorare il composto ogni mezz’ora con una forchetta mentre è in freezer, per tre o quattro volte: non sarà quella di Acireale, ma è dignitosa. E se volete l’alternativa cremosa, funziona lo stesso principio del gelato fatto in casa senza gelatiera.