Non serve il mare: bastano cento secondi davanti a una fontana

Uno studio dell'Università della California ha misurato pressione e battito davanti all'acqua: l'effetto esiste, dura poco e il mare non c'entra niente

Chi resta in città in questi giorni conosce a memoria la geografia delle proprie passeggiate: il giardino con gli alberi grandi, la piazza con la fontana, il tratto di lungofiume. E quasi sempre finisce per scegliere l’acqua, anche quando l’acqua è una vasca di cemento con quattro getti stanchi. Non ce lo siamo mai spiegato. Due ricercatori dell’Università della California hanno provato a misurarlo, con un apparecchio per la pressione al braccio e un cronometro, e il risultato è insieme più preciso e molto più modesto di come sta circolando in rete.

Cento secondi, una piscina e un cartello stradale

Il primo esperimento è quasi disarmante nella sua semplicità. Trentadue persone, nuotatori abituali di età compresa tra i diciotto e gli ottantacinque anni, sono state messe davanti a tre scene all’aperto: l’acqua di una piscina, un albero in un parcheggio, un piccolo cartello sospeso sopra una strada trafficata. Ogni sguardo doveva durare un minuto e quaranta secondi, cioè i famosi cento secondi. Durante l’osservazione dell’acqua la pressione risultava più bassa rispetto a entrambe le altre scene; la frequenza cardiaca, invece, scendeva in modo affidabile solo rispetto al cartello.

Quel “solo” merita attenzione, perché è la parte che nei riassunti sparisce sempre. Non è vero che ogni parametro cardiovascolare crolli davanti a una pozza d’acqua. È vero che, in quel gruppo e in quelle condizioni, l’acqua ha fatto qualcosa che un singolo albero non ha replicato del tutto. Che è già una notizia, ma di taglia diversa.

La passeggiata che ha confermato il sospetto

Nella seconda fase i ricercatori si sono spostati all’aperto per davvero. Settantatré partecipanti hanno percorso un chilometro e sei di sentiero nell’arboreto dell’ateneo, fermandosi in sei punti e alternando lo sguardo tra un corso d’acqua o due piccoli laghi e il terreno adiacente, quello con erba e alberi. Mediando i sei punti, il rapporto tra pressione sistolica e diastolica e la frequenza cardiaca risultavano più bassi durante gli sguardi sull’acqua, e le persone si dichiaravano più rilassate. Un dettaglio pratico interessante: più lo specchio d’acqua era ampio, più l’effetto si faceva evidente.

C’è però una parola che gli autori hanno messo direttamente nel titolo del loro lavoro, ed è “transitorio”. Le variazioni comparivano mentre si guardava e svanivano appena si girava la testa. Nessuno ha dimostrato un miglioramento duraturo, né della pressione né dell’umore.

Nessuno, in tutto questo, ha misurato il mare

Ed eccoci al punto che rende la faccenda quasi divertente. Lo studio ha testato una piscina, un ruscello e due laghetti. Il mare non compare da nessuna parte, il rumore delle onde non è mai stato acceso o spento, e nessuno ha confrontato il vedere l’acqua in silenzio con il sentirla senza vederla. L’immagine dell’orizzonte che si apre dopo la curva è bellissima e probabilmente vera, ma appartiene alla nostra esperienza, non al protocollo sperimentale.

Vale anche la pena ridimensionare il dato in sé. Pressione e battito si muovono tutto il giorno con la postura, il respiro, la temperatura, l’attesa, l’emozione. Una lettura più bassa durante un minuto e quaranta racconta un cambiamento di stato immediato, non l’attivazione di un misterioso interruttore della calma. E se convivete con valori pressori da tenere d’occhio, questa resta una conversazione da fare con il vostro medico: guardare un canale non sostituisce nulla.

Gli stessi autori hanno proposto una spiegazione evolutiva — riconoscere l’acqua in un paesaggio arido significava sopravvivere, e quel sollievo potrebbe essersi sedimentato nel corpo. È un’ipotesi affascinante che l’esperimento non ha però verificato. Ne esiste una meno romantica e forse più utile: l’acqua tiene occupato lo sguardo senza chiedergli niente in cambio. Cambia in continuazione e non pretende che risolviate nulla, un po’ come certi passatempi che occupano le mani senza affaticare la testa. L’attenzione, semplicemente, molla la presa.

La buona notizia: il mare non vi serve

Qui sta il vantaggio pratico, ed è considerevole per chiunque ad agosto resti tra quattro muri. Se ciò che è stato misurato è una piscina condominiale e un ruscello di campus, allora funzionano anche la fontana della piazza, il laghetto del parco, la darsena, il canale dietro casa, la vasca della piscina comunale. Non serve prenotare niente.

Le indicazioni operative sono tre, e sono tutte gratuite. La prima: puntate sull’ampiezza, perché è la superficie estesa a fare la differenza, non la purezza dell’acqua. La seconda: cento secondi bastano, cioè il tempo di un caffè al banco; non c’è bisogno di ritagliarsi mezz’ora che non avete. La terza, la più difficile: guardare e basta. L’esperimento misurava persone che osservavano, non persone che fotografavano l’acqua per pubblicarla o che scorrevano il telefono con il fiume sullo sfondo. Un video di onde sullo schermo, del resto, non è ciò che è stato testato.

Un’ultima cautela onesta. L’acqua non ha lo stesso significato per tutte: chi non sa nuotare, chi ha avuto paura, chi associa il mare a una perdita non si sentirà più leggera solo perché è comparso un orizzonte. E conviene tenere separate le due cose, perché non si somigliano affatto: guardare uno specchio d’acqua rilassa il corpo in cento secondi, entrarci richiede attenzioni precise, quelle che di solito riserviamo alla pelle e quasi mai al mare. Una parte del sollievo che proviamo arrivando alla costa, del resto, dipende semplicemente dal fatto che il lavoro è finito. Il corpo e il significato non sono spiegazioni in competizione: di solito arrivano insieme.

La prossima volta che la giornata si incastra, provate così: uscite, trovate la superficie d’acqua più larga nel raggio di dieci minuti e restateci davanti finché non vi viene voglia di controllare l’ora. Non è una cura. È però l’unica cosa che nell’agenda di oggi non costa niente.