Wildflowering e primi appuntamenti: come ascoltare i consigli delle amiche senza farti condizionare

Prima di cercare conferme nelle chat e sui social, impara a distinguere i pareri che aiutano davvero da quelli che finiscono per decidere al posto tuo

Di questa estate sentimentale restano due parole nuove. La prima è wildflowering, fioritura spontanea: propone di lasciar crescere le storie come crescono i fiori di campo, senza recinti, senza scadenze, senza etichette applicate alla seconda cena. La seconda è social vetting, la verifica preventiva in rete, quella che facciamo passando da Instagram, da LinkedIn e a volte perfino da Facebook prima ancora di accettare un appuntamento. Sembrano due fenomeni distinti. In realtà la seconda è il motivo per cui la prima fatica tanto ad attecchire, insieme a un’abitudine più antica e più affettuosa: quella di far passare le nostre storie dal parere di chi ci vuole bene.

Un fiore di campo sboccia e, prima o poi, sfiorisce

La formula viene descritta come la libertà di frequentare qualcuno alle proprie condizioni, restando aperte a dove la cosa può portare: è la definizione della sessuologa Chantelle Otten, che collabora con una delle app di incontri più usate. Nasce come reazione a un modo di conoscersi diventato faticoso, fatto di swipe a raffica e conversazioni parallele, dove moltissime persone arrivano al primo appuntamento già impegnate a stabilire se l’altro spunti tutte le caselle. April Davis, che di mestiere fa consulenza sentimentale, dice che così un incontro somiglia a un colloquio di lavoro. E i legami hanno bisogno di tempo: se si liquida qualcuno troppo in fretta, quel tempo non arriva mai. La metafora ha però una parte che di solito viene lasciata fuori, ed è la più onesta. Un fiore di campo fiorisce senza che nessuno lo abbia piantato, e alla fine della stagione sfiorisce, sempre senza che nessuno intervenga. Vale anche per le storie: ce ne sono che nascono da sole e che da sole si esauriscono, senza tradimenti, senza colpe, senza una scena madre da raccontare. Non sono storie fallite, sono storie di una stagione. Il fastidio che proviamo di fronte a un amore finito senza un motivo presentabile dice più delle nostre aspettative che della storia in sé: pretendiamo che ogni cosa duri o abbia un colpevole, e quasi mai lasciamo aperta la terza possibilità.

Il colloquio prima del colloquio

La verifica online promette di proteggerci dalle brutte sorprese, e in parte lo fa: nessuno vuole tornare all’epoca in cui di una persona si sapeva soltanto quello che raccontava di sé. L’effetto collaterale non riguarda la sicurezza, riguarda l’attenzione. Si arriva all’appuntamento sapendo dove l’altro ha passato le vacanze nel 2019 e chi ha commentato la sua ultima foto, e per la prima mezz’ora si fa una cosa sola: si controlla se la persona seduta davanti corrisponde al dossier. Non si ascolta, si verifica. È un’attività che assorbe tutto e non lascia spazio a quello che dovrebbe accadere in un primo incontro, cioè essere sorprese.

Il consiglio che aiuta e il consiglio che vi sostituisce

Qui sta la parte che vale la pena imparare a riconoscere, perché ha conseguenze ben oltre gli appuntamenti. Le nostre relazioni non si formano mai in solitudine: prendono forma dentro le reti di appartenenza a cui teniamo, comunità digitali comprese. Chiedere non è il problema: il problema è cosa torna indietro. Un consiglio protegge quando aggiunge complessità e vi invita a pensare; interferisce quando produce conformità, senso di colpa o paura di essere escluse dal gruppo. Tradotto in pratica: il primo vi lascia con una domanda in più, il secondo con un voto già scritto. Se dopo aver parlato con qualcuno avete più elementi e meno certezze, quella persona vi ha aiutate. Se avete meno elementi e una certezza in più, non necessariamente. Ci sono poi tre segnali che meritano attenzione, e non riguardano il contenuto del consiglio ma il modo in cui viene consegnato. Il primo: chi vi risponde parlando quasi solo di sé, della propria storia, del proprio ex identico al vostro… sta usando la vostra vicenda come specchio, e le sue conclusioni valgono per la sua vita, non per la vostra. Il secondo: chi trasforma un parere in un ultimatum affettivo, “se resti con lui non venirmi a raccontare più niente”, “se accetti quell’appuntamento sai già cosa penso”: mon è più un consiglio, è un pedaggio. Il terzo, il più serio: chi vi suggerisce di non parlarne con nessun altro, di tenere la cosa fra voi due, di fidarvi soltanto di lui o di lei: un consiglio che restringe il numero di persone con cui potete confrontarvi non sta proteggendo voi, sta proteggendo la sua influenza. C’è infine una verifica che si fa in silenzio, e conviene tenerla a portata di mano: sto scegliendo quello che sento giusto per me, o quello che mi permette di conservare l’approvazione delle persone che contano per me? Non è una domanda comoda, ma è la stessa che riguarda tante altre rassicurazioni a cui ci affidiamo, dal bisogno di sentirci dire che andrà bene, come succede a chi ha una cartomante di fiducia, fino a quel controllo all’oroscopo che facciamo ogni mattina dicendo di non crederci. Cambia l’oracolo, non il gesto.

Che fare, in concreto

Il controllo di sicurezza sì, il dossier no. Verificare che una persona esista davvero e sia chi dice di essere è buonsenso e richiede cinque minuti. Ricostruirne la biografia digitale ne richiede cinquanta e serve a un’altra cosa. La differenza sta nel momento in cui smettete di cercare protezione e cominciate a cercare conferme. Niente screenshot nella chat del gruppo prima del primo appuntamento. Dopo, se volete, ma cambiando la domanda: invece di «che ne dite?», provate con «cosa vi ha colpito?». La prima chiede una sentenza, la seconda un’osservazione. Scegliete a chi chiedere, e non a tutte le amiche per la stessa cosa. C’è l’amica che vi conosce da vent’anni e capisce subito quando vi state raccontando una storia, e c’è quella che vi dà ragione sempre: la seconda è preziosa nei giorni storti e inutile nelle decisioni. Sapere in anticipo cosa vi risponderà ciascuna è già metà del lavoro. E poi concedetevi almeno tre appuntamenti prima di formulare un giudizio. Non tre mesi, tre appuntamenti: un tempo abbastanza breve da non farvi perdere nulla e abbastanza lungo da smontare la prima impressione, che è quasi sempre sbagliata in un senso o nell’altro. Resta una cosa da fare prima, non dopo, e richiede due minuti: annotatevi da qualche parte cosa ne pensate voi, tre righe scritte anche male, prima di aprire qualsiasi chat e prima di digitare qualsiasi nome nella barra di ricerca. Non è un esercizio di consapevolezza, è una precauzione pratica: il parere degli altri, quando arriva su una pagina vuota, non si somma al vostro, la occupa interamente. E se poi la storia fiorisce davvero, fra sei mesi vi ritroverete tra le note un appunto piuttosto divertente da rileggere.